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Cooperativa Sociale Onlus 
LA LANTERNA DI DIOGENE 
inTECH
l 30 aprile del 1986 l’Italia per la prima volta si è connessa ad Internet: il segnale, partito dal Centro universitario per il calcolo elettronico (CNUCE) di Pisa, è arrivato alla stazione di Roaring Creek, in Pennsylvania. Quella prima connessione era la fine del progetto di un gruppo di pionieri; ed è stato l’inizio di una storia nuova.

In occasione di questa ricorrenza la Lanterna di Diogene inaufura la pagina del sito dedicata a tutti progetti che hanno come strumento internet e la tecnologia per la realizzazione di interventi rivolti alla persona
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04/05/2014, 23:10



La-relazione


 Nel nostro primo articolo dedicato agli spunti da condividere nell’ottica di costruire delle buone prassi operative abbiamo visto come un aspetto sostanziale del nostro lavoro è costituito dalla relaz



Nel nostro primo articolo dedicato agli spunti da condividere nell’ottica di costruire delle buone prassi operative abbiamo visto come un aspetto sostanziale del nostro lavoro è costituito dalla relazione. 

Relazione, intesa, tra l’assistente e i ragazzi che seguiamo, insegnanti,genitori, scuola e contesto. La relazione non si attiva spontaneamente ma va ricercata, creata e sostenuta. Ma di che tipo di relazione parliamo? 

La relazione che caratterizza il nostro lavoro può essere definita come una relazione educativa in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, l’integrazione scolastica e sociale, l’accettazione, l’utilizzo della diversità e molto altro attraversonl’acquisizione di strategie adeguate al contesto. 

La relazione educativa non è AMICIZIA ed implica responsabilità diverse, potere diverso e si realizza in un contenitore specifico definito "contesto educativo" e per tale ragione non può essere intesa unicamente come legame ma piuttosto come processo in cui la relazione è il mezzo attraverso cui evolve al fine di  favorire lo sviluppo della persona. 

L’instaurarsi di unnrapporto tra l’operatore e il bambino/ragazzo e il suo contesto è il presupposto affinchè si attivi un continuo processo di interazione tra tutte lenparti coinvolte. 

La relazione è asimmetrica, il contesto rimane professionale. Se noi siamo lì significa che c’è qualcuno che ha bisogno di aiuto per raggiungere degli obiettivi specifici, c’è una disparità di ruolo ma questo non significanche i ragazzi che seguiamo siano privi di risorse e inadeguati. A questo punto potremmo incorrere in due errori diametralmente opposti: la costruzione di una relazionen"simbiotica" amicale ove smette di esistere la differenza di ruolo, d’esperienza e si corre il rischio di non essere d’aiuto rispetto alla premessa del patto educativo; oppure all’estremo del continum una assenza di relazione dove per difenderci dalla complessità del mantenere l’equilibrio fra una relazione amicale ed una solo normativa ci tiriamo fuori giustificando il pensiero con l’agito di prende le distanze.

Una relazione "simbiotica" amicale si può attivare quando nella relazione i confini tra noi e l’altro sono labili e inconsciamente l’operatore agisce e pensa per e al posto del ragazzo stesso. Pensare per loro, decidere per loro può attivare nell’assistente il ruolo del "salvatore" che implicitamente chiede di essere apprezzato per sollecitudine e capacità di risoluzione dei problemi. In questi casi è possibile che l’operatore agisca ponendosi come colui che ha il potere di risolvere o eliminare le problematiche osservate e questa funzione collude, oltre che con le personali caratteristiche dell’operatore, anche con le implicite richieste sociali e del contesto dintenere "buoni e sotto controllo" i ragazzi problematici. In questa forma di"avere cura" gli altri possono essere trasformati in di-pendenti innescando un processo di svalutazione che coinvolge competenze e risorse della persona e che quindi può bloccare o ostacolare la crescita e l’autonomia, spesso primo nostro obiettivo educativo (i ragazzi che seguiamo non sono NOSTRI, ma SONO in un contesto e di un contesto in cui la nostra relazione con lui/lei assume un ruolo di PONTE attraverso cui sperimentarsi, crescere e integrarsi). Essere consapevoli dei confini tra noi enl’altro permette al contrario di attivare una relazione capace di affiancare il ragazzo per la sua autodeterminazione e autonomia, aiutandolo via via a sperimentare le soluzioni più appropriate senza raggiungere gli obiettivi educativi e risolvere i problemi "facendoli cadere dall’alto". 

Al contrario, ritirarsi dalla relazione poiché percepita troppo impegnativa in termini di tempo, impegno, motivazione, strategie operative di problem solving ad esempio; oppure semplicemente vissuta come portatrice di nostre risonanze emotive, dovute ad altri rapportinsignificativi, ci spinge a non essere efficaci. L’inefficacia nella relazionensi concretizza con l’evitare di restare da soli con il ragazzo/a, rimproverarlo/a di frequente oppure evitare di notare gli atteggiamenti che mette in atto per essere visto/a.  Ancora è possibile che iniziamo ad assentarci frequentemente e che punteggiamo solo sugli aspetti positivi senza evidenziare i punti su cui lavorare ecc. Questi sono solo alcuni dei comportamenti che emergono negli incontri di equipe  e su cui ci fermiamo a lavorare per migliorare l’intervento e far crescere funzionalmente il benessere dell’utentenma anche dell’operatore che per diverse ore a settimana è chiamato a gestire relazioni su diversi livelli.Per tali ragioni è importante che l’assistente sviluppi delle capacità relazionali che gli permettano di "entrare in relazione",di "sviluppare un rapporto" con l’utente/la famiglia/ il gruppo esprimendo attenzione, partecipazione, empatia. Parallelamente è importante mantenere un contesto professionale e quindi asimmetrico che permetta di osservare la situazione senza invischiarsi e confondersi con essa.

A nostro avviso è importante essere consapevoli delle modalità prevalenti con le quali ci muoviamo nella costruzione di una relazione in quanto siamo noi a dover lavorare sulla funzionalità o disfunzionalità delle strategie e modalità proposte all’altro sentendoci attori principali e non vittime nei momenti inncui valutiamo una non congruità nel rapporto. Come ci diciamo spesso questinsono i nostri strumenti del mestiere.


Dott.ssa Claudia Di Giacomo
Dott.ssa Rossella Ridolfi


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